Purtroppo c'è differenza tra sintomi e cause. Alcuni sintomi sono la disoccupazione, il precariato del lavoro, l'economia in difficoltà. Però le cause sono altrove e ben radicate come il fallimento di Mani Pulite nel mettere in carcere una casta di politici e industriali corrotti, che si sono spartiti i benefici i del boom economico anziché investirli nelle risorse che stavano depredando o gestendo male. La sconfitta della meritocrazia, della certezza della pena, della fiducia che le cose sarebbero continuate ad andare bene. Poi si aggiungono altre sfighe come un'immigrazione che non sappiamo gestire, l'educazione ormai in rovina, i cambiamenti climatici che devastano un territorio di cui abbiamo ampiamente abusato.
Sono tutte ragioni per cui un popolo dovrebbe fare una rivolta, ma sembra un'eventualità impossibile. I giovani con talento lasciano il Paese, ci impoveriamo del capitale umano che è la risorsa numero uno dell'Italia.
Senza traino economico e con al timone degli incapaci e dei furfanti l'Italia è un palloncino che si sgonfia. L'italiano medio, inerme davanti a problemi di cui ha comprensione vaga, cerca rifugio in una nicchia, un cantuccio in cui sentirsi sicuro e attendere tempi migliori.
C'è dell'ironia nello stare fermi in attesa alla vigilia degli sconvolgimenti mondiali, etici e tecnologici che ci attendono nei prossimi 20 anni. Sarebbe da fare qualcosa.
Scrutare l'abisso
sabato 8 aprile 2017
Sarebbe da fare qualcosa
mercoledì 17 dicembre 2014
In Italia chiudono due imprese ogni ora
La produzione industriale è crollata del 25% al di sotto del livello pre-crisi, un crollo che ha colpito anche settori, come quello degli elettrodomestici, dell’auto e delle calzature, che sono stati a lungo la spina dorsale dell’industria italiana. In cinque anni sono fallite circa 60mila imprese facendo tornare la produzione industriale italiana ai livelli di fine anni '80. Difficoltà a cui contribuiscono anche una produttività stagnante e prezzi dell’energia fra i più alti in Europa; abbiamo i prezzi dell’elettricità “tra i più alti in Europa”, a causa di una “combinazione di pesanti tasse e imposte (le più alte in Europa) e di elevati costi di approvvigionamento (i terzi più elevati in Europa)”. Nonostante il costo della crisi, si sottolinea nel rapporto, la manifattura italiana vale ancora il 15,5% del valore aggiunto, leggermente al di sopra della media Ue (15,1%). Inoltre il settore manifatturiero è una “fonte essenziale di innovazione e competitività”, che contribuisce per il 70% della spesa privata in ricerca e sviluppo e rappresenta quasi l’80% delle esportazioni. La produzione industriale sta vivendo una ripresa “lenta e irregolare” ma dal 2011 la performance dell’export è stata “l’unica componente ad aver contribuito positivamente alla crescita”.
La produttività, si evidenzia nel rapporto dell’esecutivo di Bruxelles, è rimasta “sostanzialmente invariata, ampliando ulteriormente il divario con i principali concorrenti”. La crescita lenta della produttività “è in gran parte dovuta all’inefficienza nell’allocazione delle risorse”. E se il tasso di investimento in Italia è “paragonabile” a quello di altri Paesi dell’area dell’euro, il livello di efficienza del capitale è “più basso e in calo”. Il rapporto cita anche alcune recenti analisi, secondo cui “una delle cause della modesta crescita della produttività è che le riforme del mercato del lavoro si sono concentrate principalmente sulla flessibilità e hanno trascurato di affrontare le rigidità del meccanismo di determinazione dei salari”. A farci compagnia in questa situazione c'è la sola Spagna, che come l'Italia ha avuto un crollo del mercato interno e una modesta espansione delle esportazioni. Per approfondire: documento ISTAT "Evoluzione ciclica della produzione industriale e del fatturato in Italia e in Europa"
venerdì 12 dicembre 2014
Il lavoro nobiliterebbe
Per meglio scrutare l'abisso Italiano è opportuno averne una visione d'insieme. Il primo indicatore proposto, è la mancanza di lavoro, naturalmente. Senza un impiego o con un impiego precario non si può costruire un futuro e trovare un lavoro diventa ogni giorno più difficile come testimonia l'andamento del tasso di disoccupazione. Nel resto d'Europa è più facile trovare un lavoro, spesso con una retribuzione più elevata. Peggio di noi solo Spagna (24%), Croazia (16%), Cipro (15,3) e Portogallo (13,4%).
In un mercato globale dove la produzione viene delocalizzata ai paesi poveri non sviluppiamo la ricerca, che rimane cronicamente sottofinanziata, nè alleggeriamo la burocrazia che appesantisce le imprese superstiti. non ha strumenti finanziari per dare avvio alle proprie idee e una burocrazia di incompetenti fa il resto. Il Paese è in paralisi e vive erodendo la ricchezza accumulata in passato, mentre il resto del mondo va avanti.
lunedì 12 novembre 2012
L'Europa che vorrei
L'Europa che vorrei avrebbe un unico Governo centrale, un Palamento e un Governatore per ogni suo Stato. La Giustizia sarebbe provveduta a livello Europeo prima che nazionale sia dalla Magistratura che dall'Esercito europeo, unico grande esercito che tiene i migliori corpi di ciascuno Stato e cancella i doppioni. Il Governo nomina i vari Governatori e in questo modo c'è speranza che l'Italia sia governata da un qualche norvegese o tedesco o chiunque non abbia la nostra mentalità del cazzo. Arraffoni, perdigiorno, bugiardi, allegroni, furbetti. Abbiamo l'attitudine all'astuzia e ai sotterfugi, alle raccomandazioni e al vedere il collettivo come qualcosa da depredare anziché condividere.Vorrei una dittatura estera. Dichiariamo guerra all'Austria e lasciamoci invadere.
giovedì 24 marzo 2011
Se qualcuno lo vede, diteglielo
E' un peccato che quando Berlusconi morirà (di vecchiaia) non possa lui stesso vedere la festa che tutto il mondo civile farà. Sorrisi, abbracci e champagne. Non lo rimpiangerà nessuno, forse solo qualche ratto e zecca rimasti senza mucca da mungere. "Il più grande statista della storia" avrà l'infame epilogo che si è meritato, finendo sui sussidiari come il peggior pagliaccio che la storia d'Italia abbia avuto. I bambini gli disegneranno sopra la maschera da clown e tanti cazzetti attorno. Peccato solo che non lo saprà mai.
giovedì 10 marzo 2011
Primo passo
E' difficile capire cosa succede in una piazza affollata quando ne si è sempre fatto parte. Non se ne vedono i confini, i flussi di persone, il loro addensarsi, non ne si vedono gli spazi vuoti. Bisognerebbe osservarla dall'alto a volo d'uccello, solo con una visuale d'insieme si potrebbe capire cosa veramente accade.
L'Italia è un Paese parzialmente libero, governato da un gruppo di persone slegato dal vincolo di rappresentanza elettorale che si occupa d'impegno per mantenere tale privilegio anziché migliorare la situazione economica, sociale e culturale del popolo che parassita. Una Nazione composta per la maggior parte da individui anestetizzati dall'ignoranza sulla quale prosperano religione e cattiva televisione. Se nessuno Stato moderno al mondo si fa condizionare così pesantemente nelle sue scelte politiche da rimasugli barocchi di fantasiose spiegazioni dell'ignoto che trascendono la realtà c'è una precisa ragione: la modernità si lascia necessariamente alle spalle la religione. L'Italia non ci riesce e pertanto, accettiamolo, non è uno Stato moderno. Viviamo in un'Italia corrotta, illiberale, tormentata da fondamentalismi religiosi. Prendere coscienza della nostra situazione, scrutare l'abisso, è il primo passo verso il cambiamento.
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