mercoledì 17 dicembre 2014

In Italia chiudono due imprese ogni ora


La produzione industriale è crollata del 25% al di sotto del livello pre-crisi, un crollo che ha colpito anche settori, come quello degli elettrodomestici, dell’auto e delle calzature, che sono stati a lungo la spina dorsale dell’industria italiana. In cinque anni sono fallite circa 60mila imprese facendo tornare la produzione industriale italiana ai livelli di fine anni '80. Difficoltà a cui contribuiscono anche una produttività stagnante e prezzi dell’energia fra i più alti in Europa; abbiamo i prezzi dell’elettricità “tra i più alti in Europa”, a causa di una “combinazione di pesanti tasse e imposte (le più alte in Europa) e di elevati costi di approvvigionamento (i terzi più elevati in Europa)”. Nonostante il costo della crisi, si sottolinea nel rapporto, la manifattura italiana vale ancora il 15,5% del valore aggiunto, leggermente al di sopra della media Ue (15,1%). Inoltre il settore manifatturiero è una “fonte essenziale di innovazione e competitività”, che contribuisce per il 70% della spesa privata in ricerca e sviluppo e rappresenta quasi l’80% delle esportazioni. La produzione industriale sta vivendo una ripresa “lenta e irregolare” ma dal 2011 la performance dell’export è stata “l’unica componente ad aver contribuito positivamente alla crescita”.
La produttività, si evidenzia nel rapporto dell’esecutivo di Bruxelles, è rimasta “sostanzialmente invariata, ampliando ulteriormente il divario con i principali concorrenti”. La crescita lenta della produttività “è in gran parte dovuta all’inefficienza nell’allocazione delle risorse”. E se il tasso di investimento in Italia è “paragonabile” a quello di altri Paesi dell’area dell’euro, il livello di efficienza del capitale è “più basso e in calo”. Il rapporto cita anche alcune recenti analisi, secondo cui “una delle cause della modesta crescita della produttività è che le riforme del mercato del lavoro si sono concentrate principalmente sulla flessibilità e hanno trascurato di affrontare le rigidità del meccanismo di determinazione dei salari”. A farci compagnia in questa situazione c'è la sola Spagna, che come l'Italia ha avuto un crollo del mercato interno e una modesta espansione delle esportazioni. Per approfondire: documento ISTAT "Evoluzione ciclica della produzione industriale e del fatturato in Italia e in Europa"

venerdì 12 dicembre 2014

Il lavoro nobiliterebbe

Per meglio scrutare l'abisso Italiano è opportuno averne una visione d'insieme. Il primo indicatore proposto, è la mancanza di lavoro, naturalmente. Senza un impiego o con un impiego precario non si può costruire un futuro e trovare un lavoro diventa ogni giorno più difficile come testimonia l'andamento del tasso di disoccupazione. Nel resto d'Europa è più facile trovare un lavoro, spesso con una retribuzione più elevata. Peggio di noi solo Spagna (24%), Croazia (16%), Cipro (15,3) e Portogallo (13,4%).


In un mercato globale dove la produzione viene delocalizzata ai paesi poveri non sviluppiamo la ricerca, che rimane cronicamente sottofinanziata, nè alleggeriamo la burocrazia che appesantisce le imprese superstiti. non ha strumenti finanziari per dare avvio alle proprie idee e una burocrazia di incompetenti fa il resto. Il Paese è in paralisi e vive erodendo la ricchezza accumulata in passato, mentre il resto del mondo va avanti.